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Dislessia: cos’è e come riconoscerla

Bambino dislessico

La dislessia fa parte dei disturbi dell’apprendimento comunemente chiamati DSA. Ma quanto ne sappiamo realmente? Secondo la definizione presa dal Metodo Crispiani: “la Condizione Dislessica non è una patologia ed include sempre la Dislessia, la Disgrafia e Disturbi delle abilità matematiche (è un disturbo integrato), costituisce un Disturbo delle Funzioni esecutive nel senso della Disprassia, una forma di disordine funzionale (non di deficit), e comporta sempre una forma di Dislateralità presente o pregressa”. Cerchiamo di capire cosa vogliono dire queste parole, partendo dal significato del termine dislessia.

Il significato del termine dislessia

Generalmente indichiamo per dislessia uno specifico disturbo legato alla capacità di leggere in modo corretto e fluente. Ma non è solo questo. Il bambino con la dislessia appare molto lento, anche se in alcuni momenti l’usuale lentezza lascia il posto ad atteggiamenti precipitosi. Manifesta difficoltà relative all’organizzazione nel tempo e nello spazio e spesso è incerto quando si trova ad agire, in qualunque occasione. Il disturbo lo può portare a volte ad essere esageratamente preciso ed ordinato.

Parliamo di un disordine che fa la sua comparsa durante l’età evolutiva e i segnali si possono rilevare ancora prima di cominciare a frequentare la scuola elementare.

La dislessia non è sinonimo né di deficit intellettivo né di deficit sensoriale, ma causa nel bambino dei grossi problemi durante la lettura di un testo e, inevitabilmente, gli provoca un rallentamento nel suo percorso di apprendimento.

La conseguenza della dislessia in un bambino è una lettura poco chiara e molto lenta, che decodifica in modo errato il testo e risulta inadeguata rispetto al grado di istruzione della classe frequentata oppure alla sua età.

Riconoscere i segnali della dislessia

La mamma e soprattutto la maestra, sono le prime persone che si accorgono delle difficoltà di un bambino durante la fase della scolarizzazione. A casa o a scuola si manifestano i sintomi più comuni che fanno pensare ad una problematica. Ma non è sempre così facile riuscire a individuare le cause delle difficoltà di un bambino durante lo studio e non sempre si associa subito la dislessia al problema.

Facciamo chiarezza sulla dislessia: come riconoscerla? Ecco alcune scale di valutazione utilizzate per individuare i sintomi della condizione dislessica:

  • La lettura del testo ad alta voce è scorretta, lenta e poco fluente. Si parla di lettura fonica frammentata o non-lettura, per indicare una decodifica molto lenta con la conseguente confusione di sillabe che si affollano nella mente del bambino.
  • Lettere e numeri sono spesso invertiti durante la lettura rendendo poco chiara la comprensione del testo. Ad esempio, il bambino legge “ad” invece di “da”, oppure 58 anziché 85.
  • I suoni delle lettere che si assomigliano sono spesso confusi tra loro e, ad esempio, invece di leggere la parola “palla” il bambino dislessico legge “balla”, sconvolgendo il significato del brano. La confusione riguarda soprattutto i suoni m/n, c/g, f/v, t/d, p/b, s/z.
  • Le sequenze sono un concetto difficile da imparare e il bambino risulta carente nella memorizzazione dei giorni della settimana, i mesi dell’anno, le stagioni, le tabelline e i numeri in generale.
  • I rapporti spazio-temporali possono essere deficitari e il bambino rischia di confondere concetti come destra e sinistra oppure ieri e oggi.
  • I suoi pensieri potrebbero rimanere inespressi perché non riesce a descriverli con le parole ad alta voce.
  • La scarsa capacità di concentrazione rende difficile l’attenzione durante le spiegazioni della maestra.
  • I copiati dalla lavagna sono pieni di errori per una difficoltà nella decodifica delle parole scritte.
  • Difficoltà motorie possono presentarsi in associazione al disturbo della lettura e, ad esempio, può risultare difficile anche allacciarsi le scarpe.

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La lettura risulta carente sotto molti punti di vista, a causa delle frequenti interruzioni, errori e inversioni del bambino. Insicurezza e paura sono emozioni che lo accompagnano costantemente e che lo portano ad un rifiuto della lettura, soprattutto in presenza di altre persone.

I sintomi della dislessia appena descritti possono non verificarsi tutti insieme, ma se il bambino manifesta almeno uno di questi, è bene effettuare specifici controlli per accertare la diagnosi.

Alla luce delle manifestazioni del disturbo, possiamo affermare che il bambino dislessico non è incapace di leggere, ma deve impiegare molte più energie rispetto agli altri compagni.

In molti casi, la dislessia si verifica contemporaneamente ad altri disturbi legati alla capacità di scrivere e di calcolare.

Le ipotesi sulle cause organiche della dislessia

La Dislessia non è un deficit, ma un disordine.

Possiamo definirla un “Disturbo della esecuzione del leggere, scrivere, contare, incolonnare, comprendere il testo dei problemi”. Il disordine dislessico tende a diffondersi in ogni comportamento del bambino. Gli studiosi parlano di disturbo parzialmente pervasivo, perché riguarda l’esecuzione delle condotte nel loro ordine sequenziale. Secondo il metodo Crispiani la dislessia è una disprassia sequenziale.

Ma quali sono le cause? Sin dagli anni ’30 la dislessia è al centro di studi approfonditi che hanno generato diverse ipotesi:

  1. Molti autori in ambito neurologico, neuropsichiatrico, neuromotorio, neurolinguistico, pedagogico e psicologico evidenziano una base di tipo motorio, prassico e disorganizzativo della dislessia.

 

  1. Le analisi condotte sull’osservazione del comportamento di soggetti dislessici evidenziano un globale impaccio nella coordinazione, che coinvolge aspetti relativi alla motricità, al linguaggio, all’esecutività, alla memoria e alla pianificazione.

 

  1. Sono state elaborate delle teorie incentrate sul ruolo della successione, intesa come sequenzialità, ordinamento, serialità, seriazione e sintassi.

 

  1. Frequenti le teorie che partono da studi di linguistica generale, che focalizzano l’attenzione sulla confusione tra fono, fonema, fonetica, fonologia, semantica, ortografia, morfologia e grammatica.

 

  1. Diverse le ricerche che partono da studi neurologici, motori ed antropologici e sono incentrate sul fenomeno della lateralità e della dominanza.

 

  1. La condizione dislessica è stata anche oggetto di studi inter-etnici, sul bilinguismo e sulla poliglossia.

 

  1. L’origine della dislessia potrebbe essere individuata attraverso studi ed esperienze sulla didattica della letto-scrittura, sui metodi e sui loro significati.

 

  1. Spesso questo disordine è collegato a studi ed esperienze sull’educazione e sulla pratica musicale.

 

La dislessia nell’età evolutiva: conseguenze

La dislessia è una disorganizzazione che coinvolge i bambini ancora prima della fase di scolarizzazione, con conseguenze a livello emotivo e sociale, soprattutto con l’ingresso nella scuola dell’obbligo.

I bambini che manifestano i sintomi della dislessia evolutiva sono più fragili: si rendono conto di non avere lo stesso rendimento dei loro compagni e questa consapevolezza li rende più insicuri e demotivati.

La frustrazione spesso è associata a forme di ansia. Il bambino teme di non essere all’altezza e prevede un ulteriore fallimento. Si isola e cova sentimenti di rabbia e risentimento.

La scarsa autostima che ne deriva non gli consente di applicarsi con attenzione e comincia a convincersi di essere inferiore agli altri.

Le problematiche emotive causate dalla dislessia si ripercuotono nelle dinamiche sociali che risultano difficili e contrastate. Litigi frequenti, manifestazioni di aggressività e isolamento sono le conseguenze sociali di un bambino dislessico.

I bambini e la dislessia

La dislessia nei bambini non deve essere inquadrata come un problema soltanto dal punto di vista scolastico, a causa del rendimento scadente dell’alunno. Dal momento che le conseguenze sono ben più ampie di un rallentamento formativo, perché coinvolgono aspetti emotivi e sociali, è necessario che i trattamenti della dislessia siano anche di tipo psicologico, aiutando il bambino nel suo percorso di crescita e consapevolezza.

Sono gli adulti che devono aiutare il bambino dislessico a non sentirsi inferiore agli altri.

La maestra ha il dovere di venire incontro al suo alunno con tutte le strategie e le metodologie opportune.

I genitori devono comprendere la situazione e leggere tutti gli approfondimenti sull’argomento e possono, inoltre, confrontarsi con chi si trova nella stessa situazione, raccontando le singole esperienze.

La comunicazione scuola-famiglia diventa fondamentale per capire le dinamiche del problema, gli eventuali miglioramenti o le degenerazioni a livello comportamentale.

La prevenzione della condizione dislessica

Uno studio attento delle problematiche derivate dalla condizione dislessica ha portato alla consapevolezza che la prevenzione rappresenta un fattore fondamentale per aiutare il bambino.

Si parla di approccio empirico semiotico, riservato alle forme di disprassia, che si concentra sull’attività coordinativa e prassica. Ciò significa che sin da piccolo il bambino è aiutato nelle sue fasi evolutive a migliorare le sue funzioni per acquisire abilità che gli faciliteranno anche il percorso di apprendimento.

Si parte da strategie da attuare in famiglia, che successivamente saranno integrate dai diversi gradi della scuola frequentata dal soggetto.

A casa, i genitori del bambino devono organizzare giochi di manipolazione, giochi di gruppo e attività che coinvolgono l’esecutività del bambino, il movimento e le percezioni. Inoltre è opportuno farlo esercitare nel linguaggio, anche con l’ausilio di storie e filastrocche.

Nella scuola dell’infanzia le maestre devono continuare gli interventi della famiglia per integrarli con attività di gruppo che lo stimolano a parlare e confrontarsi. Si consigliano frequenti attività legate al disegno e all’orientamento del foglio, ma senza cominciare a fargli usare le lettere per non creargli confusione.

Nella scuola primaria l’azione delle insegnanti deve essere rivolta a far acquisire al bambino una buona autostima, per evitare che si rifiuti di leggere e si senta diverso dai suoi compagni. Stimolarlo e incoraggiarlo sempre ad andare avanti, cercando di privilegiare l’acquisizione della abilità di leggere, contare e organizzare. Da limitare l’ausilio di mezzi tecnologici, come calcolatrice e tastiere.

Nella scuola media e secondaria bisogna mantenere le stesse impostazioni dei gradi precedenti, con l’aggiunta di frequenti attività verbali orali, lo studio di una lingua straniera e l’esercitazione del concetto di auto-organizzazione. Lo scopo è incentivare il bambino dislessico a diventare autonomo.

Queste forme di prevenzione partono dal motto proprio del Metodo Crispiani: “Io non mi arrendo”. I bambini sono spinti a superare ogni atteggiamento di rassegnazione per la loro condizione e sono stimolati a raggiungere degli obiettivi.

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